Zoes farm
Appunto di Politica & Partecipazione

rigore, disinteresse, militanza e web 2.0

Inserito il 13 settembre 2011

Contenuto

In questi mesi ho avuto modo di tornare ad incontrare tante organizzazioni che sono vicine a Banca Etica, alcune anche precedenti alla banca stessa e per me importanti nelle mie scelte anche personali.
Consumo critico, solidarietà, esperienze di finanza mutualistica, commercio equo, campagne di pressione su temi internazionali: un panorama di evoluzioni e cambiamenti che tutti continuiamo a praticare nel tentativo di dare continuità a iniziative di economia civile.
Questi incontri sono stati anche l'occasione per una personale riflessione sul fatto che in questo percorso tante organizzazioni si sono trasformate e tante, con le quali in qualche modo si era iniziato un percorso comune e che erano nate spinte da fortissimi motivazioni ideali ed impegno, non esistono più.

L'efficienza della militanza disinteressata è sorprendente, ma come ridurne la fragilità senza perderne il rigore e (incredibilmente) l'efficienza?

Parlo di tante storie in cui l'impegno è diventato una missione e di come a volte si sia riusciti ad ottenere risultati di grande valore con mezzi molto limitati. Risultati che se dovessero essere raggiunti solo con un una logica imprenditoriale avrebbero avuto costi insostenibili e probabilmente non avrebbero visto la luce.
In alcuni casi la scarsità di risorse economiche e la passione per un'idea che si vuole comunque realizzare, generano una forte selezione degli obbiettivi, una forte coesione tra gli “attori” in gioco e una pragmaticità operativa che costruiscono modalità di lavoro al tempo stesso "low cost", ma estremamente professionali ed efficaci.
Si riesce ad essere molto efficienti nel valorizzare le poche risorse a disposizione proprio perché non si hanno interessi economici, di potere o di prestigio in ciò che si fa.
Queste storie sono anche le storie delle persone che vi partecipano: ci vuole rigore morale e un buon equilibrio per reggere all'auto convinzione della propria indispensabilità, alle lusinghe del potere che comunque si finisce per avere, ai pressanti suggerimenti di chi ti dice cosa fare anche se non capisce come stai in piedi, per non scocciarsi con chi ha sempre validi motivi per non tirarsi su le maniche.

In alcuni casi purtroppo esperienze legate all'unicità, all'originalità e alla effimera solidità di alcune persone fanno fatica a sopravvivere e a volte si esauriscono.
Vi sono alcuni fattori che minano la durata di queste esperienze.   Il dono del proprio lavoro ad una causa ha tempi limitati (anche lunghi per carità) ed è ovviamente legato agli eventi della vita di chi lo mette a disposizione. Le dimensioni: questo tipo di efficienza/ efficacia riesce meglio con relazioni intense e quindi, negli schemi fin qui adottati, sulle piccole dimensioni.
 
Quando una iniziativa non è in grado di durare nel tempo il problema non è solo di chi le ha condotte: valuteranno loro se a livello personale ne è valsa la pena e se hanno realizzato parte degli obiettivi. Questo vale non solo dal punto di vista di chi dona, ma anche per le frustrazioni ed impotenze di chi vorrebbe contribuire alla causa, ma non può o vuole farlo gratuitamente.
Il problema è se quelle esperienze continuano ad avere un valore importante per altri, per chi ne ha usufruito e per chi  avrebbe potuto usufruirne in futuro, per l'idea di cambiamento e l'originalità della strada intravista e intrapresa che si interrompe. L'idea e il progetto restano validi, ma non si riesce a farli evolvere ad una dimenzione più collettiva, a farsene carico tra i fruitori, a trovare altri che continuino il lavoro.
La fine di un progetto che ha lo scopo di cambiare la società, a meno che questo scopo non sia stato effettivamente raggiunto, può rappresentare la fine di una opportunità di cambiamento messa in campo con tanta passione e fatica, l'abbandono di strade che potrebbero avere un futuro, ma al quale non si è riusciti a darlo.
La domanda allora diventa: come costruire qualcosa che abbia un potenziale di professionalità e di indipendenza paragonabile a quello che un attività basata sul dono può dare?
Come possiamo convogliare risorse ed energie che mantengano un progetto vivo, capace di riprodurre quelle condizioni di coinvolgimento, innovazione, capacità di raggiungere gli obiettivi;  quelle condizioni che sembrano scaturire come scintille e che tanta fatica facciamo per cercare di riprodurre?
Molto c'è da fare sui modelli organizzativi e di lavoro: tenere insieme esigenze economiche e motivazioni è una bella sfida. Il lavoro di servizio da parte di chi anche altri interessi (legittimi) sembra quasi un ossimoro. Ma non è a questo che pensavo con questa riflessione, bensì alla ricerca di altre strade capaci di dare rigore e professionalità alla militanza.

Credo che dovremmo interrogarci su strade nuove che vedano sperimentare nuove forme di partecipazione collaborativa che mettano insieme auto finanziamento, imprenditorialità, finanza etica, capacità di gestire circuiti virtuosi di comunicazione e creazione valore "user generated".
In fondo sono le strade che ci permettono di dare ai processi produttivi, siano essi materiali o immateriali, la capacità di rendersi attuali, rispondenti ai bisogni della società, coinvolgenti e inclusivi e che possono permettere alle iniziative di continuare anche oltre la presenza o meno di un leader o di figure pionieristiche.
Le opportunità del web 2.0 mi sembrano da questo punto di vista quasi inesplorate, a parte i casi di successo che sono nati e circoscritti ad esperienze web (come macro esempio: Mozilla)
Come realtà del non profit e dell'economia civile, non siamo ancora pronti. La capacità di collaborazione e di visioni e obbiettivi da perseguire insieme mi sembra addirittura diminuita rispetto a 10 anni fa. Il breve periodo allontana le visioni più ampie con un meccanismi simile alle "ansie" da trimestrale dei mercati azionari.
Anche le imprese nella maggioranza hanno rapporti opportunistici o superficiali con gli strumenti dell'economia civile e del web.
L'esperienza di Zoes nel suo percorso evolutivo evidenzia questa difficoltà alla collaborazione, alla condivisione di valore.
Però le persone ci stanno arrivando, secondo me son quasi pronte... soprattutto abbiamo l'opportunità di cambiare modalità, piattaforma (non solo nel senso tecnologico del termine), di ascoltare e parlare con persone che vengono da percorsi diversi. In questo Zoes ha invece un punto di forza, ci ha aiutato a scoprire che il movimento dei blogger e degli appassionati ed esperti di tecnologia ha una sensibilità comune con chi si impegna nell'economia civile. Un elemento di grande novità e valore, che ci mostra come sulla strada del cambiamento possiamo e dobbiamo trovare nuove alleanze e collaborazioni.
Dovremmo riuscire a ragionarci di più, non pensando all'app da mettere a reddito domani, ma in termini sistemici.
Mi piacerebbe un confronto sulle visioni di futuro e l'impegno militante al cambiamento tra chi sviluppa il web con logiche non profit e chi promuove alternative in economia.
Ne potrebbero nascere idee sorprendenti.

7 commenti

Ritratto di Fabceser

Fabceser

Inserito il 13 settembre 2011 - 11:08

ottimo direi

Ritratto di Giuditta-Peliti

Giuditta-Peliti

Inserito il 13 settembre 2011 - 12:03

Caro Ugo condivido in pieno questa tua riflessione....tanto che l'ho postata anche su FB da brava utente "basica" di tutte 'ste cose web.....gli intrecci non sono solo, ovviamente, tra web no profit e alternative economiche ma il confronto tra queste ti porta a riflessioni su tecnologie, ricerca, cultura, filosofia.........evvai.......

Ritratto di fabione

fabione

Inserito il 16 settembre 2011 - 10:07

Ciao Ugo,
trovo le tue considerazioni piuttosto interessanti, suggestive, stimolanti.

Mi piacerebbe però un tuo approfondimento su come il web 2.0 risolve, a tuo avviso, le criticità che mi sembri richiamare nel resto del testo: la questione della leadership e la questione della remunerazione dell'impegno.

Più volte ci siamo confrontati sulla questione della remunerazione.
Tu continui a parlare di "militanza disinteressata", cosa che dal mio punto di vista non solo è inesistente, ma addirittura assurda, innaturale.

Ogni militanza porta con sé almeno un interesse che, proprio laddove non ha la moneta come contropartita, assume la criticità del riconoscimento della remunerazione e delle dimensioni necessarie per tenerla viva, criticità alla quale è legata con doppio filo la gestione della leadership.

Sono un neofita del web 2.0, ma sono certo che se finora non mi ci sono addentrato più di tanto sia solo una questione di priorità nel rapporto costi/benefici delle scelte che quotidianamente mi trovo a fare a causa del limite proprio della mia natura di essere umano (chiedo scusa se la generalizzazione della mia esperienza possa risultare inappropriata, nel qual caso avrei desiderio di conoscere differenti suggestioni).

Posso avere fiducia che il web 2.0 apra nuove frontiere anche solo parzialmente risolutive dei problemi di leadership e di remunerazione?
E più in generale come ti configuri le "nuove forme di partecipazione collaborativa che mettano insieme autofinanziamento, imprenditorialità, finanza etica, capacità di gestire circuiti virtuosi di comunicazione e creazione valore" senza comunque passare dalla "effimera solidità di alcune persone" diversamente motivate rispetto ad altre?

Ritratto di Ugo Biggeri

Ugo Biggeri

Inserito il 20 settembre 2011 - 22:55

Caro Fabio
La riflessione nasce da casi specifici che ho incontrato.
Sono certo che anche tu fai militanza disinteressata nella tua vita, anche ora.
C'e l'hanno molti dei ragazzi indignatos per esempio
È forse difficile che ci sia a livelli di leadership retribuite o molto "in vista", ma anche li può esserci
Ogni tanto nel praticarla oltre alle utilità per la collettività si azzecca qualcosa di più
E in quei casi si scopre un efficienza notevole proprio nel momento in cui passa la voglia di farlo "a gratis" e si cercano altre soluzioni che son sempre molto più "costose".
Il 2.0 potrebbe aiutare a capire se la collettività veramente si può far carico di continuare il lavoro
Per capirci tutti conosciamo il consumo critico, ma forse potremmo trovare un modo per sostenere la ricerca necessaria con poche risorse (economiche e di tempo professionale) messe insieme da tantissime persone.
Per trovare la ricetta della Cecina tra gli amici di facebook o per four-square viene fatto: perché non pensarci per altri bisognidi democrazia economica
Ci sono vari altri esempi che si possono fare

Ritratto di fabione

fabione

Inserito il 28 settembre 2011 - 03:25

Caro Ugo,
scusa se insisto nell'affermare che prima del web 2.0, ottimo strumento di attività e partecipazione, è necessario porsi il problema della leadership e della remunerazione.

Durante l'incontro di oggi pomeriggio a Padova sulla partecipazione dei dipendenti (almeno di quelli che sono anche soci) e sulla Organizzazione dei Soci Lavoratori recentemente deliberata dal CdA della banca, mi si è palesato l'esempio necessario per spiegarti a fondo la mia obiezione.

I soci di Banca Etica ti hanno eletto al Consiglio di Amministrazione, hai fatto il pieno di voti, è stata ampliamente riconosciuta la tua leadership.

Cosa ha fatto il CdA nel legittimare l'organizzazione dei soci lavoratori?
Ha riconosciuto un diritto, il diritto dei dipendenti di potersi esprimere attraverso questo strumento?
oppure ha riconosciuto un valore, cioè il valore che i lavoratori/soci possono apportare alla banca in quelle specifiche forme e sedi?

Nella prima accezione tu e gli altri leader vi aspetterete la "militanza disinteressata" di chi vuole esercitare questo diritto in un tempo diverso da quello di lavoro: partecipano o no il problema è solo loro.

Nella seconda accezione, invece, mi chiedo qual è la possibilità tua e degli altri leader della Banca di "retribuire" il valore che i miei colleghi ed io potremo apportare in quella organizzazione; chiaramente non con corrispettivo monetario, ma con corrispettivi alternativi quali l'ascolto, la stima, l'interesse, la decisa affermazione della utilità di questi contributi.

La gestione della leadership in alcune situazioni diventa determinante per conservare o meno l’affezione, soprattutto in situazioni di difficoltà, per evitare che si preferisca esprimere il valore aggiunto di apporti ed interessi di natura volontaria presso altre sedi.

L'accezione "disinteressata" attribuita alla "militanza " intesa come assenza di uno specifico interesse economico, è quindi a mio avviso fuorviante rispetto a quanto tu esprimi complessivamente nel post.

Io sono un dipendente di Banca Etica, ma prima di essere assunto ne ero già socio: in entrambe le funzioni posso essere definito un portatore di interesse, contraddicendo l'ipotesi di una "militanza disinteressata".

Tu e gli altri leaders, per le mie prestazioni di lavoro dipendente, mi riconoscete una retribuzione monetaria senza la quale non passerei 7 ore e mezzo ogni giorno dentro la Filiale di Bologna.

Ma anche la mia militanza come socio attraverso le attività del Gruppo di Iniziativa Territoriale, non è militanza disinteressata: nel definire l'interesse più alto quello di tutti, questo comprende anche me, i miei figli, i miei affetti, il futuro che vorrei contribuire ad assicurare a me ed a tutti loro.

Ancora oggi credo che attraverso le attività del GIT si possa realizzare questo mio interesse; il valore della mia attività è pertanto così remunerata, non in denaro, ma nella convinzione del ritorno di beneficio per me e per tutti.

Grazie per l'attenzione.

Ritratto di Ugo Biggeri

Ugo Biggeri

Inserito il 03 ottobre 2011 - 13:00

Insistete a leggere il post solo pensando a banca etica e in particolare ai dipendenti
L'ho già scritto pensavo ad altro...
Questo non perché non siano importanti le vostre considerazioni, solo riguardano altro, su cui peraltro avremo prestissimo un forum dedicato interno.

Scritto da:

Ritratto di Ugo Biggeri
Il mio Feed Seguimi via RSS
I miei Badge Pubblicista
Fondazione Culturale Responsabilità EticaFondazione Sistema Toscana