Dove ci si interroga su come si finanzia la creazione della nuova civiltà, e come i partecipanti contribuiscono con le proprie risorse a realizzare il grande progetto.
Altra questione che dobbiamo pensare e risolvere in modo decisamente nuovo è quella delle risorse che abbisognano per dispiegare il progetto di creazione della nuova civiltà, e di come ed in quale misura i partecipanti al progetto possano concretizzare gli indispensabili contributi finanziari ed economici. Poiché, certo, bisogna sostenere le iniziative, si richiedono molti mezzi per realizzare le opere che i partecipanti (individui, organizzazioni, comunità, reti, ecc.) si propongono di realizzare. In realtà la creazione, diffusione e sviluppo della nuova civiltà richiede molte risorse, incluse quelle finanziarie. Tutte le iniziative hanno inevitabilmente una dimensione economica: la realizzazione di esse implica fare spese, svolgere lavoro, impiegare mezzi materiali, destinare tempo alla gestione, operare sistemi, ecc. Serve il denaro.
Nella moderna (vecchia) civiltà dello Stato e delle organizzazioni che concentrano potere e comando, i membri sono convocati e sollecitati (con la minaccia di esclusione) a pagare periodicamente delle quantità di denaro (tributi, obbligazioni, contributi, quote) che vengono raccolte dal centro dirigente, con le quali questo finanzia le attività dell’organizzazione. Per conservare la “tessera” di socio e avere il diritto di partecipazione nelle assemblee e votare in esse, i membri debbono essere in regola col pagamento delle quote e delle obbligazioni.
Sebbene a molti tutto questo possa sembrare naturale, in realtà non lo è, e in ogni caso non corrisponde al modo in cui i cittadini della nuova civiltà contribuiscono con le proprie risorse allo sviluppo del progetto. Di fatto, quel modo di finanziare i progetti ha due effetti, non desiderati nella prospettiva della nuova civiltà: 1. Rinforza il potere degli organi centrali (e dei dirigenti) e 2. Debilita e subordina i contribuenti (i diretti). E’ parte dei rapporti fra dirigenti e diretti che corrisponde esattamente alla logica della civiltà in crisi, e che anche in questo senso è necessario superare. Come si può fare?
La nuova civiltà si fonda sulla autonomia dei partecipanti. Perciò – come concetto basilare – anziché trasferire risorse a un centro di raccolta centrale che deciderà gerarchicamente a quali attività destinare le risorse raccolte, i cittadini della nuova civiltà offrono risorse, liberamente e in proporzione al proprio impegno, per finanziare le iniziative, attività, opere che essi stessi decidono di realizzare o promuovere, individualmente ed in gruppo.
Se siamo cittadini della nuova civiltà, tutto ciò che facciamo (includendo l’uso del nostro denaro) in funzione del nostro proprio sviluppo ed autonomia, della nostra propria crescita e perfezionamento, e che vada nella direzione di, o sia conforme agli orientamenti della nuova civiltà, costituisce un contributo alla creazione ed espansione di questa. Questo, sia in quanto individui che in quanto gruppi, organizzazioni, comunità e reti.
Crescere, allargare la propria realizzazione, soddisfare i bisogni, compiere le aspirazioni e attuare i progetti che ci siamo proposti in quanto partecipanti della nuova superiore civiltà, è contribuire ad essa, ed avrà anche l’effetto di attrarre, motivare ed avvicinare tutti coloro che valutino positivamente la nostra crescita e le nostre opere. Anche acquistare un libro (e leggerlo), vedere un film (non qualsiasi, però), iscriversi ad un corso che ci farà diventare più autonomi, arredare e abbellire la nostra casa di modo che diventi un luogo più coerente con la nuova civiltà, ecc., sono anche forme di contribuzione.
Non credere che questo sia semplice e facile, perché agire economicamente nel senso richiesto dalla nuova civiltà, probabilmente implicherà mutare le nostre abitudini e pratiche di consumo, smettere di fare molte spese che di solito realizziamo conformemente alla logica della vecchia civiltà, e stabilire delle priorità di spesa e consumo che – lo verificheremo nella misura in cui lo faremo - sono molto diverse da quelle che abbiamo finora fatto.
Inviterei a fare un elenco delle nostre spese giornaliere e mensili, e ad esaminare nella logica di quale civiltà ognuna di esse si pone. Questo può risultare un esercizio assai interessante.
Nella nuova civiltà nessuno ci dice a cosa dedicare il nostro denaro, cosa consumare, come impiegare le nostre risorse. Ognuno, cittadino autonomo, diventa autonomo anche in questo, precisamente, nella misura in cui è consapevole delle proprie scelte di spesa, di quante e quali realizza in dipendenza e subordinazione ai criteri della vecchia civiltà (solitamente indotti dai dirigenti, la pubblicità, lo Stato), e quante e quali deciderà di cambiare per fortificare la propria autonomia e la partecipazione alla nuova superiore civiltà. Vi faccio un esempio. La sigaretta. Quando ho smesso di fumare ho sentito una grande liberazione, sono diventato più autonomo. Ma a volte penso: “Se riuscissi a fumare una sigaretta di tanto in tanto, in occasioni particolari, senza rischiare di ricadere nella dipendenza, diventerei ancora piú autonomo.”. Ma, non rischio, per paura: non sono ancora tanto autonomo. Mi capite? E, capite perché Gramsci scrive che l’inizio della autonomia è il “Conosci te stesso”?
La partecipazione alla nuova civiltà ci porta a cambiare decisamente le abitudini ed i modi di consumo (predominanti), e ad assumere una nuova struttura dei bisogni, aspirazioni e progetti. In linea di massima possiamo dire che implica minimizzare le risorse che adoperiamo nei tipi di consumo caratteristici della vecchia civiltà e che la riproducono in noi, implicando contemporaneamente il liberare risorse per destinarle nella maggiore proporzione possibile verso quello che rafforza la nuova civiltà. Probabilmente si dovrà abbandonare il sovraconsumo, il consumo imitativo, il consumo compulsivo, il consumo posizionale e ostentato, propri della civiltà moderna in crisi. Ugualmente, ci sarà da abbandonare la tendenza ad indebitarsi per anticipare l’accesso a beni di consumo dei quali invece si può prescindere. Probabilmente arriveremo anche ad eliminare o ridurre nella nostra struttura di spese certi tipi di donazioni che generano dipendenza nei beneficiari. L’analisi critica delle abitudini di consumo e di spesa acquisiti secondo la logica della civiltà in crisi, sicuramente ci mostrerà molti items che sopprimeremo dai nostri preventivi.
Ma tutto questo lo facciamo per disporre dei mezzi necessari per realizzare quelle attività che ci facciano diventare piú autonomi, creativi, partecipanti. Partendo da se stessi, potremo destinare più risorse, tempo, mezzi, per esempio per lo studio, l’apprendimento e l’espansione della conoscenza, lo sviluppo personale e l’espansione dei rapporti di convivialità, la realizzazione di attività creative ecc. Impareremo a divertirci in modo nuovo, a spendere nella acquisizione di risorse, beni, servizi che ci facilitino l’accesso a livelli crescenti di autonomia, creatività, conoscenza, relazioni di comunità, ecc.
Ma, ci siamo posti un obiettivo grande: iniziare la creazione di una nuova superiore civiltà. Ciò implica processi di auto-organizzazione, formazione di reti, e dispiegamento di una molteplicità di iniziative e progetti nei più svariati settori dell’economia, della politica, della cultura, delle scienze. E tutte queste organizzazioni, reti, iniziative e progetti abbisognano di risorse per svilupparsi. Queste, sono le nostre iniziative, i nostri progetti, le nostre reti e organizzazioni, e siamo noi stessi gli unici che possiamo finanziarle. Se il progetto è nostro progetto, se la rete è la nostra rete, se il loro sviluppo è un bisogno nostro, un’aspirazione e desiderio nostro, non troveremo inconvenienti nel destinare ad essi il tempo, il lavoro, le risorse, il denaro necessario per portarle a compimento e raggiungere i nostri obbiettivi. Nessuno decide al posto nostro, ma nessuno finanzierà al posto nostro ciò che ci siamo proposti liberamente ed autonomamente di realizzare.
Siamo abituati male. Poiché nella civiltà che deperisce consegniamo risorse e finanziamenti al potere centrale, allo Stato, e poi chiediamo allo Stato che ci dia i contributi di cui abbiamo bisogno per compiere i nostri propositi. Certo, per riuscire, dobbiamo elaborare, presentare e fare le cose in tal modo che i ‘nostri’ progetti e obiettivi coincidano con quelli di coloro (lo Stato, i dirigenti) che possono finanziarli. Questo modo di procedere non è coerente con la nuova civiltà, poiché ci fa riprodurre la dipendenza e la subordinazione dei diretti riguardo i dirigenti, dei sudditi riguardo i potenti.
Nel compito di iniziare la creazione di una nuova civiltà, tuttavia, non siamo soli, in quanto possiamo contare sui rinforzi, i contributi, gli aiuti che vogliano prestarci altri soggetti partecipanti al medesimo grande progetto e che possano avere disponibilità di risorse, i quali valutando e apprezzando ciò che noi facciamo, decidano di collaborare. Allo stesso modo saremo ugualmente disponibili a collaborare con quelle iniziative di altri (altre persone, altre reti, altre comunità e organizzazioni) i cui progetti e realizzazioni apprezziamo.
Se facciamo l’esercizio che ho indicato prima, lealmente e senza auto-ingannarci, le riduzioni delle nostre spese di consumo risulteranno importanti. Ebbene, dopo avere ridotto consistentemente il consumo secondo la logica della vecchia civiltà; e dopo avere dedicato i soldi necessari per accrescere la nostra autonomia e creatività, e finanziare le iniziative a cui partecipiamo direttamente (che vadano nella direzione della creazione della nuova civiltà), può darsi (ed è probabile) che ci restino ancora soldi disponibili. Cosa farne?
La logica della vecchia civiltà ci orienterà verso il risparmio (per accrescere il consumo futuro). Ma dobbiamo sapere che il semplice risparmio –cioè, insomma, mettere i soldi in banca- è un comportamento tipico richiesto dalla riproduzione della vecchia civiltà. (Vi è un altro modo di risparmio, ma su ciò ritorneremo).
La logica della nuova superiore civiltà ci indica, invece, la strada dell’investimento; ma non qualsiasi investimento, bensì quello rivolto a creare unità di produzione e creazione di ricchezza nuova, secondo la logica della nuova civiltà (autopoietica e reticolare, che può implicare iniziative solidali, in cooperazione, autogestite, ambientalmente sostenibili). E se non abbiamo raggiunto ancora l’autonomia sufficiente, né le capacità e la iniziativa per organizzare questi investimenti, ci resta ancora la via di contribuire a sviluppare le iniziative organizzate e gestite da altri, ma che riteniamo veramente orientate nella direzione di ciò che vogliamo sia presente nella nuova, superiore, nostra civiltà.
Ma oltre tutto ciò, la creazione di una nuova civiltà comporta la creazione di una nuova economia e di un nuovo sviluppo. Lo esamineremo prossimamente.
3 commenti
danieleguerrieri
Che il consumo è la continuazione del lavoro in un ciclo di sfruttamento in cui il tempo di ognuno, anche quello definito falsamente "libero", è funzionale al capitale, e non alla vita, è una vecchia, ma più che mai valida, tesi situazionista. Il punto è che non è sufficiente una presa di coscienza per liberare gli individui da questo meccanismo perverso. Quella che è in gioco, infatti è la sopravvivenza. Milioni di persone addette all'industria pesante stanno perdendo il loro posto di lavoro e, con esso, la possibilità di comprare cibo, abiti, riparo , ecc....
Il passaggio progressivo verso una "green economy" non può essere sufficientemente significativo dal punto di vista ambientale se non è accompagnato da una forte diminuzione dei consumi, che, inevitabilmente, implica pesanti perdite nel numero degli occupati.
Da qualsiasi parte si rigira la questione, quindi, siamo tutti ricattati e minacciati da chi detiene il potere, che è esercitato in virtù del fatto che chi esercita il maggior prelievo di ricchezze può decidere della vita o della morte di tutti gli altri.
In conclusione la prima cosa per costruire una nuova civiltà è liberare la gente dal bisogno. E' sufficiente costruire, insieme a nuove forme di economia, reti di solidarietà che rischiano di essere perennemente insufficienti? E, tutto questo, è possibile farlo senza entrare apertamente in conflitto con il potere dominante?
Francesco Sanna
Non ho ben capito l'intervento di Daniele, o meglio, se l'ho capito non lo condivido in alcuni aspetti.
"che il consumo è la continuazione del lavoro in un ciclo di sfruttamento" mi pare una vecchia, sbagliata, tesi situazionista. Noi, e prima ancora gli esseri viventi che ci hanno preceduto e accompagnato nell'evoluzione di questo pianeta, consumiamo da ben prima ci creare il concetto di "capitale" o di "sfruttamento".
Per certi versi potremmo dire che uno dei problemi più grandi è forse l'inverso: molti consumano senza aver lavorato per farlo, grazie al magico sistema del denaro. In natura si fatica e si ottiene una "resa", il leone la sua preda, la preda il suo nuovo campo da brucare e il campo l'aria e l'acqua ... insomma diciamo che siamo solo noi ad aver inventato la rendita senza fatica o quantomeno differita, per tempo - modalità e intensità, dal "lavoro".
Infine, e mi scuso per la lunghezza del commento: l'economia solidale parla di scambi che avvengono in un sistema basato sull'incontro tra bisogni/necessità e capacità/competenze di ognuno e dei sistemi aggregativi che questo "ognuno" ha insieme ad altri "ognuno". Il capitale è solo uno dei fattori economici, ce ne sono altri: il lavoro, il fattore C, lo scenario ...
Cerchiamo di non far passare l'idea che l'economia solidale non é un'economia di mercato. é un errore concettuale. L'economia solidale non pensa che il centro del sistema sia il capitale, cosa che invece fa il capitalismo, nè il controllo politico (nei fatti: la visione di società - o egemonia culturale - di un'elite politica), cosa che fa il socialismo. C'è un insieme di fattori da equilibrare e ci sono delle dinamiche per farlo.
Sbaglio Prof. Razeto?
saluti
danieleguerrieri
La maggior parte di quello che consumiamo è inutile. Nel conteggio economico globale, non aggiunge ricchezza, la sposta soltanto. Un economia alternativa dovrebbe essere UTILE e non semplicemente funzionale agli "utili". Premesso questo, quello che volevo dire è che questa enorme produzione di rifiuti, per tanta gente è pane. Se tutti ci mettessimo (io crerco di farlo) ad aggiustare gli oggetti ancora buoni (scarpe, automobili, apparecchi elettrici, ecc...), innesteremmo un processo virtuoso, ma non indolore.
In un'economia del riciclo molti operai attualmente impiegati nelle fabbriche potrebbero mettersi in proprio, ma non tutti i metalmeccanici sanno fare il meccanico e non tutti i calzaturieri sanno fare il calzolaio.
Riappropriarsi del proprio lavoro implica caricarsi di responsabilità e di rischi. D'altra parte, attualmente, quasi più nessuno è garantito...... la questione rimane aperta.