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Appunto di Produzione e Responsabilità

FATTI PER NON DURARE - appunti sull'Obsolescenza Programmata

Inserito il 19 marzo 2012

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Livermore lightbulb

Vi siete mai chiesti perché certi giocattoli si rompono subito? Perché è così faticoso trovare pezzi di ricambio per un elettrodomestico? Perché il computer che avete in casa dopo pochi mesi è già diventato un pezzo da museo? La risposta è più semplice di quanto, forse, immaginate e si racchiude in appena due parole: obsolescenza programmata. Significa che vi sono prodotti che vengono progettati e costruiti per durare poco, rompersi in fretta ed essere così continuamente sostituiti. Il ragionamento è impietoso ma chiaro: sembra che il sistemo economico-monetario che regola la nostra società stia in piedi solo se si continua a “consumare” senza sosta e per avere la certezza che ciò avvenga occorre creare il “bisogno”, la “necessità”. Quindi, cosa c’è di più efficace del mettere a disposizione dei consumatori oggetti pensati e realizzati per durare poco, in modo che vengano costantemente ricomprati?

La lampadina di Livermore
Nel giugno di quest'anno la cittadina di Livermore in California ha festeggiato i 110 dieci anni della sua storica lampadina, installata nel 1901 nella caserma dei vigili del fuoco e rimasta accesa praticamente senza sosta. Fu un vero e proprio evento quando nel 1976 venne spenta per ben 23 minuti, per trasferirla con tutti gli onori nella nuova sede dei pompieri. La sua potenza di 4 Watt è piuttosto ridotta, ma considerando la sua veneranda età viene da chiedersi: per quale motivo le lampadine a incandescenza che tutti noi abbiamo usato fino all'avvento di quelle a risparmio energetico, duravano tutt'al più qualche mese?
Ginevra, 23 dicembre 1924 - i maggiori produttori di lampadine elettriche di tutto il mondo si riuniscono in segreto allo scopo di regolamentarne la produzione, i prezzi e in seguito di elaborare strategie per ridurne la durata. Quel giorno si costituisce di fatto il primo “cartello” mondiale, denominato Phoebus, dedicato a spartirsi il mercato delle lampadine elettriche. Gli ingegneri cominciarono a sperimentare tecnologie in grado di realizzare filamenti più fragili, e in pochissimo tempo la durata media delle lampadine in commercio scese da 2500 a 1500 ore.
Negli anni Quaranta i membri di Phoebus avevano raggiunto il proprio obiettivo: praticamente tutte le lampadine erano garantite per durare solo 1000 ore. Chi voleva avere la luce elettrica doveva frequentemente comprare nuove lampadine, e loro ne decidevano il prezzo.
L’obsolescenza pianificata era quindi già una realtà, benché sia stata sviluppata come modello industriale solo qualche anno più tardi. Infatti ci troviamo di fronte ad una lucida strategia codificata, che ha l’obiettivo di mantenere costante la crescita economica a scapito di qualunque altro valore o priorità. Se ne discuteva già apertamente negli anni ‘30 come “metodo d’elezione” per uscire dalla cosiddetta Grande Depressione e il termine stesso “obsolescenza programmata” viene utilizzato per la prima volta in un libretto scritto nel 1932 da un certo Bernard London, nel quale l’autore scarica la colpa della depressione economica su quei consumatori che disobbediscono “alla legge dell’obsolescenza” continuando ad utilizzare la loro vecchia auto, le vecchie radio, i vecchi vestiti per un tempo più lungo di quello stimato dagli esperti, scaduto il quale propone di dichiararli “legalmente morti” e di tassarne l'uso. Nel 1940 il colosso chimico Dupont lanciò sul mercato una fibra sintetica dalla straordinaria robustezza, alla quale avevano alacremente lavorato i propri ingegneri: il nylon. Dopo un primo boom le vendite di calze da donna calarono in maniera vistosa (essendo così resistenti ovviamente duravano molto a lungo e non vi era bisogno di sostituirle). Spronati a cercare di indebolire la fibra, gli ingegneri della Dupont modificarono le quantità di certi additivi che proteggevano il polimero dai raggi UV, rendendo le calze più fragili e quindi soggette a rottura.
A partire da quel periodo la logica del profitto infinito basato sul consumo infinito è entrata nelle nostre case senza chiedere permesso e ci ha plasmati negli anni. Lavoriamo per comprare ciò che è costruito per rompersi, così dovremo lavorare di più per comprare più oggetti che si romperanno. E non si tratta solo di una necessità oggettiva; questa strategia, abbassando la qualità e quindi il costo degli oggetti, ha instillato nei consumatori il desiderio di possedere qualcosa di sempre un po’ più nuovo, un po’ migliore e un po’ prima di quanto sia necessario, come aveva ben compreso il designer americano Brooks Stevens che su questo concetto basò una conferenza nel 1954. A titolo di esempio diametralmente opposto, è interessante sapere che nella Germania dell'Est, prima della caduta del muro, per legge i frigoriferi e le lavatrici dovevano durare per almeno 25 anni.

Le facce dell’obsolescenza
Ci sono diversi modi per rendere vecchio e superato un oggetto, per indurre chi lo possiede a buttarlo e a sostituirlo con un altro. Per esempio, può essere progettato per funzionare per un periodo limitato di tempo, con componenti impossibili da sostituire perché non vengono più prodotti o perché sostituirli costa di più o quasi quanto acquistare un oggetto analogo nuovo. Un altro modo per far invecchiare precocemente un prodotto è quello di renderlo non più compatibile con il sistema all’interno del quale funziona, com’è il caso dei software un po' datati che, purtroppo, non girano sui nuovi sistemi operativi o viceversa dei vecchi sistemi operativi incompatibili con i programmi di ultima generazione. Poi ci sono l’estetica e il design: sia che si tratti di auto che di vestiti o cellulari, chi utilizza un modello vecchio è lui stesso fuori moda o almeno così si deve sentire. Oggi l'obsolescenza programmata si insegna nelle scuole di design e di ingegneria e si chiama “ciclo di vita del prodotto”. Si insegna ai designer a progettare beni con l'obbiettivo di indurre il compratore ad acquisti frequenti e ripetuti, secondo le strategie di business delle compagnie per cui lavorano. Ma l’obsolescenza può anche essere una conseguenza indiretta del sistema produttivo, benché ci sia comunque alla base l’intenzionalità. Basta infatti che il profitto di un gruppo industriale, anziché della deliberata negazione di efficienza di un prodotto sia conseguenza dei tagli ai costi, ottenibili scegliendo materiali più scadenti e quindi meno costosi oppure trascurandone la progettazione. Anche questa modalità si traduce in un prodotto di qualità inferiore e quindi di durata inferiore.

Il vero prezzo da pagare
Il prezzo da pagare? Non è solo quello riportato sull’etichetta dell’oggetto, che magari appare basso perché basse sono le aspettative già a partire dall’inizio della “filiera”. Questo sistema ci costa carissimo in termini ambientali e di salute, anche se al negozio nessuno ve lo spiegherà mai. La necessità dell’industria di mantenere un consumo ciclico e infinito presuppone, a monte, un impatto insostenibile sull’ambiente, poiché per produrre in continuo occorre utilizzare in continuo risorse (spesso non rinnovabili). Inoltre genera un sottoprodotto devastante, che non si può nascondere né ignorare: i rifiuti.
Nel monte globale dei rifiuti rientrano i cosiddetti e-waste, i rifiuti elettronici, il cui accumulo è diventato un fenomeno talmente preoccupante da indurre l’Unep (1) a realizzare un’indagine per stimarne con precisione la quantità. La ricerca ha analizzato la situazione in undici Paesi diversi: quello più a rischio è l’India, dove si stima che i rifiuti elettronici cresceranno con un ritmo pari al 500%; in Cina l’aumento si calcola sarà del 400%, mentre la quantità dei cellulari scartati crescerà di sette volte, in India di 18 volte. Per lo più questi apparecchi dismessi finiscono in gigantesche discariche a cielo aperto, dove i ragazzini delle famiglie più povere si intossicano di diossine e altri veleni bruciandoli per ricavarne tutto il metallo possibile, da vendere per qualche soldo. Anche in Occidente i rifiuti vanno a riempire le discariche (in Italia ormai vicine alla completa saturazione) o vengono bruciati negli inceneritori con emissione in atmosfera di tonnellate di fumi tossici e la produzione di ceneri ancora più tossiche, e solo in piccola parte vengono effettivamente avviati al riciclo e al riuso.

Davie contro Golia
Nel 2003 i fratelli Van e Casey Neistat, videoartisti di New York, fecero uscire un filmato dal titolo “The iPod's Dirty Secret”, una campagna mediatica di denuncia verso la politica della Apple di non offrire batterie di ricambio per gli Ipod e di invitare i clienti a comprarli nuovi. In sei settimane il video fu visto per oltre un milione di volte, e lo stesso anno alcuni clienti fecero causa alla Apple tramite una class action. Agli atti del processo un'ingente documentazione tecnica sulle batterie al litio degli Ipod rese evidente che erano state progettate per avere una durata davvero breve. La vertenza si è risolta con un indennizzo agli utenti, l'apertura di un servizio di sostituzione delle batterie e l'elevazione della garanzia a due anni.
«La sensazione è che ci siamo ormai assuefatti, inconsapevolmente o no, a questo sistema» osserva Davide Lamanna, responsabile della Cooperativa Binario Etico, consulente informatico, ricercatore universitario e da anni impegnato su questi temi. «Fino a trenta o quaranta anni fa tutti quanti davamo per scontato, o almeno l’aspettativa era, che gli oggetti durassero almeno venti o trent’anni. Oggi ci siamo abituati a pensare che la vita media di un oggetto sia dieci volte inferiore. E la filosofia dell’usa e getta, se la si guarda da un punto di vista antropologico, rischia di essere applicata anche alle relazioni sociali, al modo con cui si affronta il rapporto con gli altri. Ma ormai non ci possiamo più permettere di continuare così. Un frigorifero o un’automobile per essere prodotti hanno bisogno di petrolio e materiali per due volte il loro peso e per i computer la proporzione diventa uno a dieci solo per la fase produttiva, senza contare il consumo successivo di energia». «Magari un computer che potrebbe durare quindici anni, lo usiamo solo per tre anni» continua Lamanna. «Poi finisce in discarica con tutto quel mercurio, quel piombo, quel cromo esavalente che contamina l’ambiente. Tutti ormai si rendono conto che chi produce scoraggia il riuso e il recupero effettivo. E’ qui che ciascuno di noi può fare la sua parte. Dobbiamo proporre un’alternativa dal basso cominciando a mettere in campo meticolosamente il riuso, il riciclo, un approccio critico al consumo».
«Occorre anche mobilitarsi, è il momento di entrare a far parte di organizzazioni che siano di stimolo ai politici e agli amministratori. La cosa importante è che la consapevolezza sia vasta, il più possibile». Lamanna incoraggia poi l’arte della riparazione: «Dobbiamo riappropriarcene, dobbiamo cercare, informarci, attivarci, mettiamo a disposizione le conoscenze, condividiamole e re-impariamo l’arte del fare».
E’ la logica del bene-avere fondata sull’accumulo di beni materiali che ci ha portati fin qui. A richiamare il concetto è Francesco Gesualdi, uno dei fondatori del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano, convinto sostenitore della sobrietà e della solidarietà. «Tutti ci rendiamo conto che le risorse scarseggiano e i rifiuti ci sommergono e che quindi la politica dell’usa e getta è assurda» dice Gesualdi. «Eppure governi e politici non hanno il coraggio di mettere in discussione questo sistema mercantilistico che si basa sulla crescita continua, evidentemente insostenibile. Bisogna rompere questo paradigma, non basta più mettere qualche toppa. Bisogna che al bene-avere di pochi si sostituisca il bene-essere e il bene-vivere di tutti, umanità e ambiente. Ognuno di noi può cominciare, magari facendo la spesa con oculatezza, pensando che spendere poco oggi per avere qualcosa che vale poco non fa che alimentare il sistema. L’utilizzo del denaro va visto come investimento non fine a se stesso, ma nella durata di ciò che si acquista, per preservare le risorse che sarebbero necessarie ad alimentare la macchina dell’usa e getta. L’antidoto esiste ed è l’unione delle menti e degli individui, che non si sentiranno più soli in questa battaglia. Possiamo fondare un nuovo modello di società fondata sulla solidarietà, sulla condivisione, sui gruppi d’acquisto rivolti a beni durevoli e primari».

1)www.unep.org/PDF/PressReleases/E-Waste_publication_screen_FINALVERSION-sml.pdf
2)Greenpeace, Hi – Tox! Un’indagine sulla raccolta dei rifiuti elettronici, www.greenpeace.org (2009)
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Articolo composto a quattro mani con Claudia Benatti e pubblicato su Aam Terranuova di Settembre 2011 a titolo "Fatti per non durare".

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2 commenti

Ritratto di OliPaz

Oliver Haag

Inserito il 14 aprile 2012 - 23:43

Per saperne di più:

DA CONTATTARE
Movimento della Decrescita Felice (MDF) www.decrescitafelice.it
Università del Saper Fare (Como, Genova, Reggio Emilia, Roma, Torino) www.unisf.it
Centro Nuovo Modello di Sviluppo www.cnms.it
Binario Etico www.binarioetico.org
Ass. Libera Informatica www.liberainformatica.it
Eco-rete è un’iniziativa italiana per il recupero di apparecchiature hi-tech. Nata dall'azienda Semantic nel 2007, eco-rete sviluppa il progetto specifico di ricondizionamento delle apparecchiature di rete e server. Acquista materiale usato da riconvertire, verificare e rivendere (refurbish): http://www.eco-rete.it. Semantic srl, via Lombardia 10/12, 24041 Brembate (BG)
Movimento Zeitgeist Italia www.zeitgeistitalia.org
Baratto e riuso
ZeroRelativo - www.zerorelativo.it
L’eco-market di ciò che non serve più - www.rifiutologo.it (sezione Ecomarket)

DA VEDERE
Alexander Mackendrick “LO SCANDALO DEL VESTITO BIANCO” 1951, un film in cui a un chimico che inventa un tessuto indistruttibile ne capitano di tutti i colori

Erik Gandini e Johan Söderberg “SURPLUS” 2003, documentario di critica verso la civiltà globalizzata dei consumi

Christopher Leps “CENTURY OF LIGHT” 2010, documentario sulla lampadina più longeva del pianeta

Peter Joseph “ZEITGEIST: MOVING FORWARD” 2011, un lungo documentario che propone la transizione verso un’economia basata sulle risorse nel rispetto della capacità di portata del pianeta

DA LEGGERE
“Miseria umana della pubblicità” Il nostro stile di vita sta uccidendo il mondo, del Gruppo Marcuse, Eleuthera edizioni

“Ricchezza ecologica” di Maurizio Pallante, ManifestoLibri

“Made to break” di Giles Slade, Harvard University Press

“Dalla culla alla culla” Come conciliare tutela dell'ambiente, equità sociale e sviluppo di W. McDonough, M. Braungart, Blu Edizioni

“DePILiamoci” Liberarsi del PIL superfluo e vivere felici di Roberto Lorusso e Nello De Padova, Editori Riuniti

ALTRE RISORSE
- ReMedia www.consorzioremedia.it Consorzio no-profit composto da oltre 1000 produttori italiani per la gestione ecosostenibile di tutte le apparecchiature elettriche ed elettroniche

- Ad Busters www.adbusters.org / www.adbusters.it Una rivista che esamina i rapporti tra gli esseri umani e il loro beni comuni fisici e mentali, in particolare criticando e sbeffeggiando le campagne mediatiche ed il marketing dei grandi marchi
- The Yes Men www.theyesmen.org Un gruppo di e attivisti e net-artists statunitensi che praticano la “guerriglia communication”: spacciandosi per rappresentanti di istituzioni internazionali e multinazionali organizzano colossali e azzeccate campagne mediatiche fasulle

Ritratto di OliPaz

Oliver Haag

Inserito il 17 aprile 2012 - 00:27

Scusate, mancava ancora DA LEGGERE: "Azzerare i rifiuti" di Guido Viale, Bollati Boringhieri
cia*O!

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