La vendita delle terre di proprietà pubblica deve essere fermata!
Si sono venduti l'energia, i trasporti, gli acquedotti, gli immobili, le
strade
e adesso si vendono pure la Madre.
Si concepisce la Terra solo in termini di possesso,
come bene escludente, oggetto di diritti di proprietà.
In nome della proprietà la terra continua a essere violentata:
dal folle processo di urbanizzazione senza regole se non quelle
della rendita e del profitto; dalle colture intensive tempestate
di veleni pesticidi, che portano degrado e desertificazione;
dall’abbandono progressivo delle terre meno fertili, che genera
erosione e squilibri idrogeologici.
Un paese che vende le terre agricole pubbliche
rinuncia definitivamente alla propria Sovranità Alimentare.
Non è con la vendita, ma con una progettazione sana e lungimirante di
valorizzazione del patrimonio che si costruisce un’economia sana e si
protegge il territorio da devastanti speculazioni.
Forse non tutti sanno che l'art. 7 della legge del 12 novembre 2012
programma in tempi rapidi l’alienazione (vendita) dei terreni agricoli
demaniali. La fine arguzia degli emendamenti apportati dal più recente
Decreto Monti è addirittura peggiorativa, avendo esteso il provvedimento
ai terreni “a vocazione agricola”.
Eccoci dunque arrivati a quella che potrebbe essere l'ultima tappa di un
oscuro cammino iniziato 2 decenni fa circa, un processo di svendita dei
beni pubblici a privati in nome di una più efficiente gestione, come se
la logica del profitto privato avesse mai reso dei servigi alla
collettività. Si sono venduti l'energia, i trasporti, gli acquedotti,
gli immobili, le strade e adesso si vendono pure la Madre: si vogliono
vendere la terra in un contesto internazionale dove sta crescendo a
ritmo costante il fenomeno denominato Land Grabbing, l'accaparramento di
terreni agricoli da parte di soggetti economicamente forti (paesi in
forte crescita e multinazionali). Ecco quindi chi sono i veri
destinatari di questa manovra, non certo i giovani imprenditori agricoli
di cui parla il comma 2: "...al fine di favorire lo sviluppo
dell'imprenditorialità agricola giovanile è riconosciuto il diritto di
prelazione ai giovani imprenditori agricoli." Garantire l'accesso alla
terra ai giovani o a chiunque voglia lavorarla non vuol dire garantirne
la proprietà e la compravendita - meccanismo questo che per un giovane
agricoltore comporta l’indebitamento con le banche - bensì elaborare una
serie di normative che favoriscano e sostengano chi vuole iniziare
un'attività agricola mettendogli a disposizione l'uso agricolo della
terra garantito contro ogni possibile speculazione. Proseguendo invece
nella lettura del comma 2, che con tanto nobili propositi era
cominciato, si legge: "Nell'eventualità di incremento di valore dei
terreni alienati derivante da cambi di destinazione urbanistica
intervenuti nel corso del quinquennio successivo alla vendita, è
riconosciuta allo Stato una quota pari al 75% del maggior valore
acquisito dal terreno rispetto al prezzo di vendita".Quindi lo stato si
limita a disincentivare il cambiamento d'uso dei terreni per soli 5 anni
senza altra garanzia di salvaguardia ambientale; anzi considera
possibile un loro cambio di destinazione già nel primo quinquennio
successivo alla vendita.
Concludendo questa lettura troviamo lapidario il comma 5: "Le risorse
nette derivanti dalle operazioni di dismissioni di cui ai commi
precedenti sono destinate alla riduzione del debito pubblico".Le risorse
nette derivanti equivarrebbero a circa 6 miliardi di euro, una goccia
nel mare del debito (circa 1800 miliardi) quando il costo stimato delle
opere per la TAV in Val di Susa è di 20 miliardi! Con il risultato di
essersi sbarazzati del patrimonio senza tappare alcun buco di bilancio.
senza poter tornare indietro visto l'articolo che tutela la proprietà
privata. Le terre che saranno vendute non potranno mai più tornare
pubbliche!
A questo punto sentiamo l'urgenza di dire che un paese che vende le
terre agricole pubbliche è un paese che rinuncia definitivamente alla
propria Sovranità Alimentare, è un paese che mette con prepotenza
l'interesse privato al di sopra del bene comune, è un paese che non
saprà come raccontare ai propri figli che si è venduto la terra in nome
del bilancio finanziario.
La vendita delle terre dello stato deve essere fermata!
Ridiscutiamo, invece, le modalità di gestione delle terre agricole di
proprietà degli enti pubblici!
Noi rete delle associazioni contadine proponiamo che le terre di
proprietà pubblica individuate in base all'art. 7 della legge di
stabilità siano oggetto non di vendita ma di nuovi piani di allocazione:
- che ci si indirizzi verso affitti di lunga durata a prezzi equi a
favore di agricoltori o aspiranti tali, sulla base di progetti che
escludano attività speculative.
- si favorisca l'agricoltura contadina di piccola scala, che è l'unica
che può sfamare il mondo senza causarne il dissesto, ma anzi
arricchendolo e preservandone la biodiversità seguendo le richieste
della Campagna per l’Agricoltura Contadina
.
- si prediligano progetti di cohousing, cioè di condivisione solidale
dei beni e delle risorse, perché la buona agricoltura è quella fatta con
tante braccia pensanti e con poche macchine.
- si individuino nelle associazioni dei consumatori organizzati i
soggetti mediatori tra le istituzioni e le realtà contadine che
andrebbero a insediarsi.
- si renda possibile la costruzione con materiali naturali di abitazioni
rurali a bassissimo impatto ambientale come legno e paglia, ma
totalmente vincolate all'attività agricola; questo perché chi lavora la
terra deve anche poterla abitare.